OUTSIDER

Strano, fuori dal comune, fuori dal coro, fuori di testa, fuori … forse non c’è una esatta traduzione del termine “outsider”. La definizione di Wikipedia è ancora più accattivante del termine stesso: “un outsider è la persona che si pone (o viene posta) al di fuori di un’establishment, ma viene anche sottolineata una pericolosa tendenza: “Caratteristica dell’outsider, oltre a rappresentare un elemento esterno nei confronti dell’establishment, è in alcuni casi quella di ostacolare l’operato dello stesso oppure agire contro di esso”.
Ecco, ora che ho consultato quel contenitore formidabile del sapere che è Wikipedia il termine in questione mi piace anche di più… e siccome qualcuno mi ha appiccicato amichevolmente questa etichetta, la faccio mia, e da oggi in poi me ne vanto pure. Ok, mi piace l’idea di essere (ma chissà poi chi lo è) o almeno di sembrare un’outsider, una fuori dalla massa, una che sta dentro le situazioni con un piede sì e uno no, una che viaggia un po’ sopra le righe. Esserci ma volare altrove, impegnarsi in ciò che si sta facendo ma tenere la mente impegnata in tutt’altro, senza peraltro sembrare distratti. E’ una dote, un talento da coltivare, ma non è detto che lo sappia fare. 
Outsider
E chi rappresenta poi questo “establishment” nella vita di noi piccoli esseri insignificanti? Non le grandi strutture governative, non il sistema che ci sovrasta ma sfugge alla nostra percezione quotidiana, ma i piccoli meccanismi sociali, il comune sentire, l’opinione dominante, quello che dice e pensa “la gente”. Vorrei che la mia opinione avesse sempre un senso, e vorrei poter avere un’opinione sensata su ogni argomento. L’outisider è ragionevolmente autorevole, non necessariamente autoritario, originale e mai banale, elegante ma deciso, silenzioso ma attento. Non si mescola nelle situazioni in cui si sente un pesce fuor d’acqua semplicemente per far piacere a qualcuno, non si adegua col sorriso a decisioni che ritiene ingiuste, si piega solo se intimamamente convinto che ci sia un vantaggio in quello che si sta per fare. Si stufa presto di chiacchiere banali, scivola difficilmente nel pettegolezzo, ma ha i sensi più pronti degli altri per non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che gli accade intorno. La sua curiosità è insaziabile. Decide “a pelle” o “di pancia” e difficilmente si sbaglia, è per natura estremamente selettivo. Riesce subito a trovare qualche difetto nella persona che gli sta davanti, molto più difficilmente un pregio. Vorrebbe ribaltare il mondo e le vite degli altri con uno schiocco delle dita, o avere una bacchetta magica perchè vede esattamente molto al di là del proprio naso e saprebbe come aggiustare tante cose. Ma sa anche che per apprezzare quello che di buono la vita ci mette davanti, occorre accettare che poco o quasi nulla ci è dato di poter cambiare. Meglio godere delle piccole gioie della vita, sempre e solo con le persone giuste, e possibilmente senza far troppo rumore …
Il rischio, per l’outsider, è quello di non sentirsi mai bene o a proprio agio in alcuna situazione, di trovare sempre un po’ scomoda la sedia, non abbastanza morbido il cuscino, un po’ la sensazione di quando si dorme per la prima volta in un letto che non è il nostro. Il rischio è di provare ad un certo punto un senso di frustrazione, di incomprensione generalizzata e, in fondo, inutile. Almeno finchè qualcuno che lo conosce bene, fino nei recessi della sua mente un po’ distorta, non gli sussurra: “Outsider o no, e a noi vai bene così come sei …”. Sono in pochi quelli che gli si avvicinano, che reggono la sua presenza e la trovano piacevole, e a quelle persone l’outsider è profondamente grato. Anche se quelle persone fossero soltanto una, se l’outsider ama, lo fa in modo assoluto, proprio per il suo istinto altamente selettivo.

Detto tutto questo, non so se il titolo onorifico di outsider mi spetta, non possono essere che gli altri a giudicare. Forse siamo un po’ tutti degli outsiders, e speriamo che ogni nostro piccolo o grande sforzo per cambiare le cose, in qualunque ambito e in qualunque direzione si voglia “piegare”, ci renda speciali agli occhi degli altri. Forse è solo una forma di narcisismo. Forse occorre essere prima di tutto outsider di se stessi, prendersi un po’ meno seriamente, attaccarsi meno alle cose che ci sembrano così necessarie e invece sono tutti passatempi, lasciarsi scorrere il tempo addosso, tanto non siamo noi a far girare il Mondo. Mentre pensiamo a tutto questo, staccandoci da terra quel tanto che basta a non sentire più le scarpe ai piedi, ecco che ti accorgi che dall’alto della tua visuale quel Mondo che gira sembra un po’ più bello …

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Non è tempo perso …

Il tempo è perso se si vorrebbe essere altrove. Il tempo è perso se, mentre fai qualcosa, pensi a come avresti potuto impiegarlo facendo qualcos’ altro, e a come sarebbe stato meglio. E’ così facile pensare che alcune cose siano tempo perso, è così facile credere che queste sciocchezze, quei milioni di attimi che si ripetono, avrebbero potuto essere impiegati in modo migliore.

La vita di oggi ci rende schiavi del tempo che non abbiamo, ci fa credere che il tempo debba essere ottimizzato a tutti i costi, e che se una parte di esso viene impiegato in qualcosa che non sia strettamente produttivo, allora è come se l’avessimo passato dormendo. Anche dormire sembra superfluo, come se in un prossimo futuro, magari sostenuti da qualche integratore miracoloso, potessimo anche fare a meno di riposare. Allora sì, che avremmo tante ore in più da poter sfruttare.

E pensare che viviamo nella socità del benessere, e pensare che abbiamo tutti i beni necessari e superflui a far sì che il nostro bene più prezioso sia risparmiato, e reso ogni giorno illusoriamente più piacevole. Oggetti, valori, status simbols, ci rincuora contornarci di tutto questo, ci ricordano che il tempo impiegato nel lavoro, ancora una volta, non è del tutto sprecato, ma serve a mantenere in vita e sostenibile lo stato delle cose.

Anche io cado facilmente nello stato d’animo del “perditore di tempo”, provo una sottile angoscia pensando al mondo fuori dalla finestra, quel mondo che corre, si relaziona, firma contratti, vince. Io invece, dietro quella finestra, vedo scorrere il tempo fra le mani delle mie bambine che crescono.

Il lavoro delle mamme è questo, il tempo delle mamme si passa così: mattine, pomeriggi, serate, centinaia di migliaia di gesti di accudimento, di attenzione, innumerevoli parole, istruzioni, movimenti per raggiungere un oggetto che sta per cadere, slanci per evitare un trauma, contorsioni per trovare una posizione un po’ più comoda. Parole di rimprovero, consolazione, sostegno; avvertimenti, apprensioni, istanti di puro terrore. Nella vita di tutti i giorni, con un paio di bambini per casa, si assapora tutto questo. Ma nessuno si ferma mai a soppesare ognuno di questi gesti, ognuna di queste azioni. Eppure hanno tutte un peso, un valore enorme perché servono a far sí che quel bambino, da domani, necessiti non di meno attenzioni, ma di attenzioni diverse, ogni giorno diverse perché ogni giorno sará qualcun altro. Qualcuno che non era quello di ieri. Se ogni gesto avrá il giusto valore, contribuirá alla sua crescita e alla sua salute, e allora non sará stato speso invano. Cerco quasi di dare un riscontro visivo a tutte queste azioni, come se ognuna di esse si possa trasformare in cellule del loro corpo, anticorpi del loro sistema immunitario, connessioni del loro cervello o input per la loro curiositá insaziabile. E ripeto a me stessa che non sará mai tempo perso.

Dicono che lo sguardo di intesa tra bambino e la sua mamma abbia un valore enorme nello sviluppo della sua coscienza e della fiducia nelle proprie capacitá. Ecco: io devo esserci per ogni singolo sguardo che cercheranno nei miei occhi. Questo é il mio compito.

Se avessi una macchina del tempo, o meglio, una bacchetta magica che possa agire su di esso, vorrei che tutti questi attimi di accudimento potessero essere messi a frutto – non c’è niente da fare, ecco che trapela di nuovo il nostro imprinting di animali dell’Occidente produttivo – e portare una sorta di “guadagno”, una rendita in termini di benefici godibili … Perchè no? Un po’ di tempo libero quando ne avrò la possibilità, e occasioni di svago per quando i bambini cammineranno nel mondo da soli … Ma in fondo sappiamo bene che avere quattro occhietti che cercano continuamente i miei per chiedere conferma, ecco, è già questa la giusta ricompensa.

 

a volte ritornano ….

… e se ritornano, vuol dire che c’è un motivo. In effetti, dopo tutto questo tempo, c’è qualcosa che mi spinge a ritentare, a cercare lo spazio e il tempo (almeno qualche ritaglio) per me. Perchè qualcosa di urgente ha bisogno di essere fissato nero su bianco, per non rischiare di perdersi. Perchè qualcosa si è smosso, qualcosa sopra cui si era posato un velo, uno strato di polvere. Forse era pigrizia, disattenzione a ciò che mi accadeva intorno, ma invece io ero sempre la stessa, e il mondo intorno pure … Qualcosa, come una folata improvvisa ha sollevato quella polvere, e ha fatto sì che la superficie della mia sensibilità fosse di nuovo lucida e attenta. E inaspettatamente, mi ha colto impreparata. E’ stata una bella sensazione, ma sento anche che diventerà un dovere, un vincolo imprescindibile. Devo continuare a scrivere, perchè ho bisogno che sia così. Perchè qualcuno, e non è detto che la sua opinione sia condivisa, mi ha detto di farlo. Questo comporterà trovare il modo e il tempo di farlo, innanzitutto, ma se non ci si pone obiettivi irrealizzabili, se si dà spazio alle parole invece di volerle per forza incastonare in una forma letteraria precisa, allora forse posso anche rilassarmi e prendere quello che viene, o anche nulla. In fondo lo faccio solo per me.

Se poi qualcuno si mostra colpito da quello che dico, se dice di avermi capito, letto, ripensato dopo aver letto … bhè allora questa è una botta di ottimismo, una pacca sulla spalla e anche qualcosa di più che non posso ignorare. Allora quello che scrivo conta, allora a qualcuno piace!

Una persona conosciuta da poco è entrata in punta di piedi nella nostra vita, ed è stata una gradita sorpresa avere la sensazione di averla sempre conosciuta. Erano esattamente due anni e mezzo che non facevo amicizia con una persona. Un Amico con la “A” maiuscola. Lo so con certezza, perchè due anni e mezzo fa la mia “best-friend-ever” S. è partita per tornare ad abitare nella sua Colombia, ed ho vissuto la sua partenza come una vera perdita. Non l’ho persa spiritualmente, ma la lontananza è veramente abissale. C’è un oceano e un continente intero tra di noi, sei ore di fuso orario, le stagioni rovesciate, una cultura così profondamente diversa, eppure sento di averla ancora accanto … E poi fai una conoscenza, una persona diversa da te in tutto, ma che, inaspettatamente si interessa a te. Allora, siccome in me prevale sempre una buona dose di scetticismo, ho “tastato” il terreno, l’ho un po’ studiato, ed ho scoperto che esistevano dei canali percorribili. Fare amicizia è faticoso, devi adattarti ad una nuova sensibilità, soppesare all’inizio quello che dici e fai in termini di convenienza, invadenza, insistenza. Il mio nuovo amico E. è quanto più di diverso da me ci possa essere, eppure tutto quello che dice, io lo penso.

Il “salto” nel vuoto (ma intuivo che sarei “atterrata sul morbido”) è stato fargli leggere un po’ di cose che avevo scritto. Oggi ci siamo incrociati per strada, e lui sorridendo, ha accostato la macchina, ha spento il motore e si è fermato come a cercare le parole giuste. Unendo le mani in segno di gratitudine ha detto: ” Tu DEVI scrivere! Quello che scrivi suscita emozioni … “. Poi, dato che si era fermato in mezzo ad una curva, è stato costretto a ripartire, e io sono rimasta lì sul ciglio della strada, un po’ inebetita, a guardare la sua macchina che si allontanava, con lui che alzava la mano per salutare all’indietro. Ecco, questo è il momento che meritava di essere fissato. Potrà non avere una potenza letteraria, ma per me ha avuto un peso. Avevo un groppo alla gola che mi sono data della stupida da sola, ma poi mi sono sciolta in un sorriso, e una lacrima calda mi ha bagnato gli occhi. Non ho permesso che scendesse, ma è come se lo avesse fatto. Era anche tanto che non piangevo, anche se, tecnicamente non ho proprio pianto.

 

Li abbiamo abbandonati

Come sempre quello che scrivi è molto intenso, molto vissuto e perciò molto vero … Mi dipiace solo, ma ai fini del testo si tratta di un dettaglio, che tu non abbia concluso la penultima frase con : “Io lo dializzo comunque (…….) VADO A CHIAMARE L’INFERMIERE REPERIBILE (che magari è pure notte, o domenica N.d.A) E CHIEDO DI PREPARARE LA MACCHINA.”
Io non so che genere di nefrologi abbiate voi, ma nel mio universo conosciuto sono gli infermieri che fanno la Dialisi (come la sottoscritta), i nefrologi prescrivono e “dosano”. Ecco, così, per dovere di cronaca. Capisco che nel tuo testo un po’ “romanzato” la figura del nefrologo veniva in qualche modo “esautorato”, ma la realtà clinica è questa … E non dubito che tu i CVC li metta da Dio, ma mi vuoi dire che le tue giugulari funzionano sempre alla perfezione sotto Dialisi??? No, perchè allora ti mandiamo tutti i nostri casi più disperati, quelli che non gli funziona un CVC che sia uno!!!
Spero che le mie osservazioni non ti offendano in nessun modo, perchè le dico con stima … alla prossima!

Nessuno dice libera

“Signora, ascolti e cerchi di fare uno sforzo, lei sa dirmi se suo figlio prendeva questa medicina? E’ importante, per noi, saperlo.”

“Ma sì che ne so io, stava con noi da poco. Da quando si è separato stava con mia mamma, poi lei, adesso, l’ho messa al ricovero che è andata via di testa e allora lui è venuto da noi. Perchè, sa, io vivo già con quest’altro mio figlio, che ha tutti i suoi problemi di salute. Lavora e fa tutto in casa, eh, ma è rimasto un masnà cìt, un bambino piccolo, e già devo stare dietro alle sue medicine e alle mie, non è che posso stare dietro anche a quelle dell’altro.”

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Articolo su commissione…

La donna che impazzisce per amore

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“O sei innamorato, o non lo sei. E’ come la morte… o sei morto, o non lo sei: non è che uno è troppo morto! Non c’è troppo amore, l’amore è lì, non si può andare oltre un certo limite e quando ci arrivi, a questo limite, è per l’eternità.”
Roberto Benigni

Nello sconfinato e quantomai variegato universo femminile, credo di poter affermare che ogni donna, prima o poi “impazzisce” per amore. Ogni femmina ha dentro di sé il germe della pazzia, è predisposta, ad un certo punto della propria esistenza, a far sì che i sentimenti, le pulsioni, abbiano il sopravvento sulla ragione, o sull’egoismo che ci trattiene.

Parlo assolutamente in generale, e non voglio banalizzare con esempi che direbbero poco, perché è esperienza di ognuna di noi cosa si può fare (o NON fare) dietro i comandi dell’amore. E parlo di Amore nel senso più ampio del termine, un insieme vastissimo di sentimenti che comprendono l’amore passionale, l’amore materno, l’amore filiale, l’amore per le proprie cause, e così via. Esistono infiniti modi e motivi di amore, e infiniti modi di esprimerlo, ma ogni donna, nell’arco della sua esistenza sperimenta, credo, una “forza motrice” tale che ogni sua azione diventa eroica, e ogni fatica trascurabile.

Si può cercare di analizzare questo tipo di sentimento, si può cercare il motivo che ci spinge ad amare qualcuno o qualcosa, magari nei recessi della nostra infanzia, nei piccoli o grandi traumi subìti, nella ricerca di qualcosa che ci è mancato. Forse ci comportiamo e amiamo in un certo modo perché questo è l’esempio che abbiamo avuto, il nostro vissuto, che ci insegna che quello è l’unico modo di amare, anche se si tratta di un sentimento malato, o impossibile agli occhi degli altri.

Ogni donna impazzisce per amore, ad esempio, quando mette al mondo un figlio. Non c’è legame che possa essere paragonato a questo, anche se non tutte le madri poi amano i loro figli. Ci sono donne che abbandonano, persino uccidono i loro figli, ma forse questa è una dimostrazione estrema di questa momentanea pazzia. E’ l’”altra faccia” di una stessa medaglia… Non è scontato, infatti, che la mente accetti il “fatto compiuto” della maternità, semplicemente perché è cosa naturale. Può darsi che questo nuovo corpo che vediamo uscire dal nostro nel momento del parto possa scatenare in qualcuna di noi un istinto negativo, così come l’impegno gravoso dell’accudimento del neonato nei primi mesi di vita. Non credo si possa semplicemente additare come assassine le madri infanticide, perché ognuna di noi ha provato quell’immensa fatica fisica e mentale che porta con sé la maternità. Sono assassine, certo, e la legge civile deve fare il suo corso, ma le loro azioni derivano da un cedimento ad istinti sopiti che “alloggiano” come terribili ospiti in ognuna di noi. Solo che non vogliamo ammetterlo. I fatti di cronaca nera si moltiplicano, dandoci un inquietante quadro di vicende umane terribili: omicidi, stupri, violenze inaudite su ogni genere di essere umano, di ogni età, e questi dimostrano che il “vicino di casa tanto perbene, quello che salutava sempre col sorriso” o la “madre esemplare dedita alla cura dei figli” ci somigliano paurosamente.

image-1Ogni donna, anzi, ogni essere umano, uomo o donna, impazzisce un po’ per amore quando accetta il compromesso dell’unione con un’altra persona per formare una famiglia. Parlo di “famiglia” in senso allargato e generico, ancora una volta, e in questo concetto può intendersi ogni tipo di unione. Una famiglia condivide necessariamente tutta una serie di fattori, oneri ed onori vorrei dire, ma in ogni caso i due individui che ne formano il nucleo (che poi può allargarsi o meno con i figli) accettano deliberatamente di sacrificare un po’ del proprio egoismo e della propria libertà in nome di qualcosa di più grande. Ma si tratta sempre di un compromesso, in cui si concede o si nega all’altro sempre qualcosa. Tutto questo serve a farci sentire meno soli, e condividere gioie e dolori che altrimenti sarebbero troppo pesanti su due spalle soltanto. L’Amore vero si rivela un successo quando entrambi si cammina ognuno sulla propria strada, si inciampa, ci si rialza, ci si sostiene.

E non è forse una forma di pazzia, o perlomeno di autoinganno, non voler vedere i difetti, le mancanze, o addirittura i soprusi dell’”altro” nei tuoi confronti, quando tutti intorno a te li vedono benissimo, e ti mettono in guardia. Tu non solo non li vedi, ma non senti nemmeno il dolore che ti provocano, tale è l’assuefazione a questa droga. L’altra faccia della medaglia è l’accettazione amorevole e molto più innocua di tutte le piccole imperfezioni di chi ci sta accanto, che lo rendono ai nostri occhi addirittura più amabile, anche quando questi difetti non sono proprio insignificanti.
L’Amore è amore in tutte le salse: platonico, passionale, giusto, sbagliato, egoista, altruista. Accettabile o inaccettabile agli occhi del mondo. Dipende da come questi “ingredienti” si miscelano, il fatto che poi risulti una ricetta, per così dire, azzeccata. Ma una cosa è certa, in questo “brodo di incertezze”: non esiste una formula, non c’è nessuno che possa dirti come, o quanto amare.

Se lo fai, devi impazzire, e questo è quanto.

“If you can love someone with your whole heart, even one person, then there’s salvation in life. Even if you can’t get together with that person.” Haruki Murakami, 1Q84

Articolo su “L’Undici” 2

http://www.lundici.it/2014/04/due-fratelli-due-mestieri/

Due fratelli due mestieri

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In redazione, un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi…

Intervistatore: “Facciamo un gioco, ragazzi: facciamo che ognuno di voi due si presenta brevemente e poi cerca di sintetizzare il suo lavoro in 11 frasi. Quello che vi piace e quello che non vi piace. Ci state? Ok, comincia il signor F. Per galanteria dovrebbe cominciare la signora S., ma F. mi ha già detto che ha poco tempo e deve scappare. Uno come lui va sempre di fretta. F. ed S. comunque sono fratelli, quindi sono abituati ai compromessi… Allora, signor F., vuol dirci qualcosa di lei? Ci racconti ad esempio cosa fa in una sua giornata ‘tipo’…”

Le mani del fratello.

F.: “ Premetto che, nel mio lavoro, non esistono giornate “tipo”… Comunque, ci provo. Potrebbero essere le 10:30 di una mattina come tante. Prendo il mio posto sull’aereo. Il tizio accanto a me ha già cominciato a russare, e questo mi dà sui nervi prima ancora di aver allacciato le cinture di sicurezza. La sveglia alle 4:30 di certo non mi ha ben disposto. Il treno delle 5:17 per Milano era, come sempre, strapieno di pendolari sonnolenti. Vado a Parigi per la centesima volta, non che le abbia contate esattamente. Due giorni di prove, sabato sera il primo concerto. Poi Francoforte, Cracovia e Losanna. Non voglio pensare alle levatacce che mi aspettano, una cosa alla volta. Fra una settimana torno a casa. Per due giorni. Ho 29 anni, e a ottobre 30, facciamo cifra tonda. Sono musicista, suono il clavicembalo. Ho due diplomi di conservatorio alle spalle e ora faccio il concertista free-lance. Mi piace il mio lavoro.

Intervistatore: “Bene, F. Una vita movimentata la sua… Abbiamo capito chi è e cosa fa. Anzi no, per curiosità adesso vado su Google e cerco qualche immagine del clavicembalo, perché non mi ricordo bene che strumento sia… Ecco, ecco, è un lontano parente del pianoforte, giusto? Giusto, sì, adesso lo vedo… Ma come le è venuto in mente di scegliere uno strumento così particolare?

Adesso, signora S., vorrebbe gentilmente fare altrettanto? Si ‘contestualizzi’, prego…”

Le mani della sorella.

S.: “Le mie giornate, invece, sono abbastanza “tipo”: sono le 10:30 di una mattinata come tante. Sveglia alle 6:00, colazione, treno, arrivo al lavoro. Saluti, macchine che si accendono, allarmi, qualche chiacchiera con i colleghi. Ho sistemato i miei tre pazienti, tutti molto impegnativi e scarsamente collaboranti. Tutti molto anziani. Forse adesso ho 10 minuti di tranquillità, penso che mi prenderò un caffé al distributore automatico. Sempre che qualche macchina non vada in allarme, o che uno dei tre pazienti se ne esca con una nuova richiesta o, peggio ancora, non cominci a sbadigliare o respirare rumorosamente, due segnali che non vanno mai trascurati: potrebbe essere un’ipotensione, e mai che uno ti dica chiaramente: ‘Forse mi si sta abbassando la pressione, forse mi sento male…’. Sarebbe troppo facile. Ho 36 anni, faccio l’infermiera da 13. Per arrivare dove sono ho fatto l’Università e anni di ‘gavetta’ in varie ASL d’Italia. Adesso lavoro in emodialisi. Ho un marito e due figlie piccole. Mi piace il mio lavoro.

Intervistatore: “Ok, ragazzi. Abbiamo capito qualcosa di voi. Fate due mestieri che più diversi non potrebbero essere. Un libero professionista che si fa spazio in un ambiente pieno di ‘squali’ e una professionista dipendente del servizio sanitario. Entrambi siete portatori di una capacità, e con quella avete costruito una professione. Adesso dovreste dirci, in 11 sentenze, per quali motivi il vostro lavoro è speciale… Sapete che per NOI, il numero 11 è importante… Pensate di farcela? Credo che ai nostri lettori interesserebbe. Chissà che qualcuno di loro non aspiri a fare qualcosa di simile nel suo futuro, e ne possa trarre aspirazione. O magari, sentendo le vostre parole, cambierà completamente idea… Signor F., tocca a lei!”

F. : “Dunque, vediamo…

1- mi piacciono i viaggi, spesso in luoghi che non avrei progettato di vedere ma che finiscono comunque con l’arricchirmi;

2- mi piace avere una scusa ufficiale per indossare camicie con i gemelli e scarpe di vernice senza passare per snob;

3- mi piace il lavoro in un ambiente internazionale, in cui le differenti culture si scontrano e si mescolano;

4- non mi piace vedere le stesse cose in valigia per mesi di fila, diventano come vecchi amici che vorresti di tanto in tanto evitare;

5- mi piace che quando un concerto comincia, non sai come andrà a finire. In fin dei conti, mi piace essere stressato per una buona causa;

6- mi piace l’espressione del pubblico quando quello che sto facendo tocca il loro cuore;

7- mi piacciono i buffet dopo i concerti, quasi sempre;

8- non mi piace avere un posto che mi faccia sentire a casa e non poterci passare più di pochi giorni al mese;

9- mi piace il riconoscimento da parte dei miei colleghi, senza fronzoli e senza lusinghe;

10- non mi piace la politica che sta dietro allo “show business”, è qualcosa che mi è profondamente estranea;

11- mi piace pensare che quello che faccio renda il mondo un posto migliore.

Intervistatore: “Ed ora è il suo turno, signora S. Già, turno, nel suo caso è la parola giusta, anche se mi risulta che, diversamente da molti suoi colleghi infermieri, Lei non lavora di notte, giusto”?

S. : “Giusto, sì… Ma solo perché il mio reparto non è una degenza ma un servizio. In compenso lavoro 6 giorni su 7, tutte le festività diverse dal Natale e 1° gennaio e mi toccano pure le reperibilità notturne… In ogni caso, se dovessi sintetizzare le cose in 11 frasi, direi che:

1- mi piace la stima e familiarità che si crea con i pazienti e con i colleghi, diventano un po’ (nel bene e nel male) la tua seconda famiglia, e quando varchi la porta del reparto ti senti un po’ a casa;

2- non mi piace dover accettare per il “buon vivere” dell’ambiente di lavoro certi compromessi: la tolleranza non è il mio forte;

3- mi piace il fatto che quando hai finito il tuo turno puoi staccare completamente la spina e dimenticare tutto. Non porti niente a casa, se non qualche aneddoto più o meno simpatico da raccontare. Senza mai far nomi (prima regola per vivere felici);

4- non mi piacciono i pettegolezzi e certe forme di maleducazione, che negli ambienti piccoli frequentati da un ristretto numero di persone prolificano come i funghi dopo un acquazzone;

5- mi piacciono i permessi, le ferie pagate e lo stipendio, non certo esagerato, ma sicuro;

6- non mi piace quando mi dicono: ‘Con le capacità che hai, potevi fare il medico…’. Vale quanto dire a un ingegnere edile che poteva fare il pittore…;

7- mi piace sentirmi parte di una categoria, una ‘corporazione’ che spinge e lotta per essere tutelata, meglio riconosciuta e considerata nel ‘sistema sanità’;

8- mi piace la divisa che indosso, è una seconda pelle;

9- mi piace il lavoro di squadra, ma molto dipende dagli atleti (leggi: i colleghi infermieri) e dall’allenatore (leggi: il caposala);

10- non mi piace mai l’idea di rimanere ferma, quindi spero in futuro di poter ‘allenare’ una squadra: sarebbe una bella prova, difficile ma bella;

11- mi piace essere stata fortunata per aver trovato lavoro presto, per non essermi dovuta accontentare e per aver avuto la possibilità di scegliere, cosa che oggi hanno in pochi…

Intervistatore: “Bene ragazzi, il nostro tempo a disposizione è finito. Grazie per aver sintetizzato le vostre esperienze in questo spazio ridotto. I nostri lettori faranno tesoro delle vostre parole, e chissà che non vi contattino per avere qualche altro consiglio su come muoversi nei vostri ambienti di lavoro… So che il signor F. deve partire alla svelta, quindi lo saluto. E saluto anche la signora S. (i due si stanno già scambiando qualche battuta, mentre lui si infila il giubbotto…). Ehi voi due, volete renderci partecipi di quello che state dicendo?”

S. : “Scusi, sa, signor intervistatore… Ma ho così poche occasioni di vedere il mio fratellino che ne ho approfittato per dargli una tiratina d’orecchie!”

Intervistatore: “Ah sì? E a che proposito, se possiamo intrometterci?”

S. : “Stavo chiedendo a mio fratello perché non abbia inserito un “non mi piace” sulla sua lista… a mio parere il più importante di tutti, nel suo bellissimo e invidiabilissimo mestiere…”

Intervistatore: “E… sarebbe?”

S. : “Non mi piace vivere e lavorare così lontano dai miei affetti, non ultima dalla sorella S.”

Intervistatore: “Cosa ci risponde, Signor F.? Signor F….”

S. :”Ecco, lo sapevo, è già ripartito…”

Infermieri

Gentile Dr.ssa Paola (vedi che ho messo il titolo davanti!),
è ormai da un pezzo che seguo il tuo blog, e trovo le cose che dici invariabilmente giustissime. Fino ad oggi.
Ho già commentato un post in passato e spiegato che sono un’infermiera, quindi mi sento di dar voce a molti miei colleghi nell’esprimere la mia opinione riguardo quello che dici.
Io non conosco la tua realtà lavorativa, ma da quello che ho capito si tratta di un piccolo ospedale di provincia, ma questo conta poco. La mia realtà, non ho problemi a fare nomi, è quella dell’Ospedale S.Donato di Arezzo dove è dall’anno 2000 che esiste la figura dell’Infermiere formatosi all’Università. Del resto, è l’anno in cui ho finito anche io gli studi. Non è un ospedale grandissimo, l’Università è una succursale e non c’è tutto quel “giro” che c’è nei Policlinici, ma non è nemmeno un avamposto sperduto. A tutt’oggi è rimasto un numero non proprio esiguo di infermieri formatisi con il vecchio ordinamento, e fra questi molto pochi non hanno un titolo di diploma alle spalle. In ogni caso non conosco realtà in cui si verifichi quello che tu descrivi come un contrasto tra le due “generazioni”. L’infermiere generalmente non è un arrivista, cosa che non si può dire della “vostra” categoria… ma non generalizziamo, altrimenti si perde il senso.
Quello che è cambiato, nel corso degli anni e grazie alle leggi che lo hanno permesso, è l’approccio allo studio e al lavoro, non certo il profilo e lo scopo della professione. L’infermiere ha sempre curato, e continua a farlo, la “persona” piuttosto che la “malattia”. Adesso lo fa con delle competenze nuove e con evidenze scientifiche che supportano il suo operato, nonchè l’utilizzo delle nuove tecnologie e tecniche. In più, può contare su personale di supporto che prima non esisteva e che ha, a sua volta, le sue competenze. L’infermiere ha preso coscienza di sé, conosce i propri diritti, e non cerca di usurpare il posto o le competenze di nessuno. Se fa delle critiche al medico, e questo capita spesso, lo fa perchè ora ha le basi culturali per farlo. Ma questo non significa che voglia appropriarsi di alcunché, le sue competenze sono complementari, e non più ancillari a quelle del medico. Questo è vero tanto più in una Rianimazione, in cui l’infermiere si occupa a tutto tondo della persona che ha in carico, e non ha certo tempo da perdere nel volersi appropriare di tecniche di competenza medica che c’entrano poco col suo lavoro: se lo fa sbaglia, o ruba tempo e risorse ad altre attività sul paziente.
Altre considerazioni “spicciole”:
– Se hanno scritto “Dottore” sulla divisa dell’infermiere ti do ragione, sembra una presa di giro, quando noi siamo ben orgogliosi che l’utenza ci riconosca attraverso la nostra divisa per quello che siamo, proprio perchè siamo i più vicini, in tutti i sensi, al paziente.
– Ci mancherebbe che tu, o altri, trattaste gli infermieri come personale di servizio. Sbaglio o siamo tutti al servizio dello stesso SSN? O c’è ancora qualcuno che mette su la macchinetta del caffé perchè gliel’ha chiesto il dottore?!?

Mi spiace aver dovuto criticare il Tuo articolo, ma non potevo tacere, non dopo aver letto e riletto con tanto interesse quello che scrivi, e invidiato (questo si!!!) il “come” lo scrivi… Hai un dono prezioso: una prosa limpida, efficace e tagliente che arriva dritta al segno. Continua a scrivere cose giuste…

Nessuno dice libera

Per una volta vi vorrei parlare di un mestiere che non conosco direttamente, ma con il quale, indirettamente, collaboro ogni giorno: l’infermiere.

Nel 1990 la Legge italiana ha stabilito che per accedere alla professione di infermiere sia necessario un titolo di studio universitario, legge attuata, poi, ufficialmente, nel 1996, anno in cui è stato stabilito, in via definitiva, che per poter diventare infermiere bisognasse prima conseguire un diploma di maturità di 5 anni e, successivamente, una laurea in Scienze Infermieristiche. Questa la storia detta in breve, se siete interessati ai dettagli leggete qui.

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Articolo su “L’Undici” 1

http://www.lundici.it/2014/02/diritto-alloblio/?utm_source=mailpress&utm_medium=email_link&utm_content=lundicinewsletter_manual_6290&utm_campaign=2014-02-25T23:28:05+00:00

 

Diritto all’oblio

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Ieri la mia prima figlia settenne mi ha spiazzato, e questo succede da un po’ con sempre maggior frequenza, segno evidente che sta crescendo inesorabilmente. Vorresti che i figli restassero sempre sotto la tua ala, non tanto per averli sempre appiccicati, ma per continuare ad incanalare ogni loro pensiero ed azione attraverso le TUE scelte. Questo dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la nostra visione della maternità sia egoistica, e te ne accorgi ancor più quando un bel giorno se ne escono con considerazioni che derivano dal LORO proprio giudizio.

In sintesi E. mi ha chiesto di cancellare “subito” tutte le immagini che il mio profilo Facebook conteneva e che la ritraevano, da sola o con altri. Ora, devo dire che non condivido chi posta continuamente le foto dei figli, o ancor più le foto di figli altrui, per mostrare ogni piccolo evento, dal primo dentino, al bagnetto, e avanti con pappe sul seggiolone, compleanni, Natali, e tutto il resto. Non li condivido perché la trovo un’ostentazione, un voler mettere in mostra una cosa che è, oltre che normalissima perché vissuta da tutti i genitori del mondo, per sua natura privata, per non dire intima.

Sono istanti che devi conservare nella memoria, che ognuno di noi immortala in foto da attaccare sull’album (che poi ora l’album non lo fa più nessuno…) o da spedire ai parenti. Ma sono istanti TUOI. Che gliene fotte al mondo se la tua creatura ha perso il dentino o ha fatto un bello scarabocchio? Assolutamente una mazza di niente. E’ la TUA voglia di apparire, il tuo narcisegocentrismo che ti fa venir voglia di raccattare un po’ di “Like” così poi ti senti meno frustrato a fare la mamma/papà per interi pomeriggi invernali piovosi. E fra questi frustrati mi ci metto anch’io, si badi bene, ma posso dire di non aver ceduto alla “tentazione”, e le uniche foto delle mie figlie presenti sulla mia bacheca sono foto di gruppo, o postate da altri.

La richiesta mi ha portato a riflettere. Avevo letto un bell’articolo, qualche tempo fa: “Il futuro si cancella” (F. Gillette, Internazionale n°1006/2013). In sintesi l’autore rifletteva sul fatto che tutto quello che passa per il web lascia comunque una traccia che, per quanto tu possa cancellare, sarà sempre e comunque rintracciabile da chi “tiene le fila” di certe multinazionali dei dati. Tutto quello che lanciamo nell’etere, in pratica è alla mercé di chi possiede il sito, e può farne, adesso o in un lontano futuro, quello che vuole.

La furba malizia poi di chi inventa i programmi e le app più richieste, ultimamente, è andata oltre; oltre i social network più conosciuti, e ha inventato Snapchat. Non voglio neanche pensare per cosa lo usi la gente, e non ci vuole molta fantasia per indovinarlo, ma la trovata geniale quanto diabolica di questo social network è che qualunque cosa tu ci infili, parole o immagini hanno una data di scadenza prefissata, e quindi si autodistruggeranno quando lo stabilisce l’autore. Che poi, a detta dell’autore dell’articolo, è una mera illusione. Ma ci rendiamo conto? E’ già difficile far capire ad un figlio a cosa possa realmente “servire” un social network, in quali casi è qualcosa di buono, ricordandosi che i bambini fanno difficoltà a incasellare le cose nella categoria del “così così”. O sono buone, o sono cattive, o bianco o nero. L’ipocrisia dello snap è sottile quanto micidiale: “scatta pure una foto, scrivi un commento, tanto durerà il tempo di un click, o di un altro snap…”.

“Nel corso degli anni la reputazione personale è diventata un concetto sempre più ampio, accessibile e di dominio pubblico”, scrive Gillette, ed è una considerazione molto triste. Ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle quel sottile senso di ansia che si sente quando postiamo qualcosa che avevamo voglia di scrivere ma che potrebbe essere potenzialmente dannoso, o solamente sconveniente, se arrivasse all’utente sbagliato. Un nuovo tipo di ansia, se mai ce n’era bisogno…

E’ bene ricordarsi, inoltre, che i social network così come i motori di ricerca traggono profitto da quello che è solo apparentemente un “servizio”. In realtà, il servizio lo facciamo noi a loro ogniqualvolta immettiamo dati che ci riguardano, o effettuiamo una ricerca: e così le nostre scelte diventano dati commerciabili, venduti alle società come merce di scambio. Pubblicità in cambio di informazioni, semplice e geniale.

Mamma, c'è una foto tua con un papà che non è papa.

Si scontrano così due correnti filosofiche, che hanno portato anche ad alcune sentenze penali: la libertà di informazione nel web e il cosiddetto “diritto all’oblio”, per il quale è stata avanzata anche una proposta di legge presso la Commissione Europea. “Diritto all’oblio”: mi piace molto questa espressione, che descrive il diritto di poter cancellare i propri dati inseriti sul web, e che il web stesso “impari” o venga costretto a dimenticarsi di noi. Qui entrano in ballo, però, interessi multimilionari di alcune delle società più influenti del nostro tempo. Aneddoto simpatico: nel 2007 fu fondato un sito di file-sharing chiamato Drop.io che permetteva la condivisione di file “a tempo determinato”. Zuckerberg ha pensato bene di comprarlo, e fagocitarlo nel suo Facebook. Di Dro.io si sono così perse le tracce…

L’articolo termina con una frase molto poetica che voglio tenere a memoria: “Il futuro è dei dati effimeri”.

Non passerà molto tempo che mia figlia mi chiederà di aprire la SUA pagina Facebook… E io come mi comporterò? Dovrò mettere da parte un po’ del mio naturale istinto di protezione di mamma e permetterle di lanciarsi nel buio con tutto il suo bagaglio di dati? Certamente dovrò cercare di spiegarle che fine possano fare, e chi e come potrebbe trarne vantaggio alle sue spalle… In effetti era molto più semplice quando dovevo proteggerla solo dai pericoli dentro casa quando imparava a camminare o dalle malattie stagionali, per cui bastava una coperta in più e una Tachipirina! Ma il mio compito è quello di proteggerla, e garantire i suoi diritti finchè non camminerà nel mondo sulle sue gambe (e anche dopo, forse…).

28 reminders che ci ispirano…

Questo link mi piace, cosi’ lo traduco e lo faccio un po’ anche mio….

http://www.elephantjournal.com/2013/12/28-inspirational-reminders-for-crazy-creative-people/

 

La creatività è una pratica. La pazzia è un’abilità. 28 reminders per migliorare il nostro spirito creativo ed esprimerci in modo elegante, chiaro e unico.

1. Sii disposto a fallire

2. “Non avere paura della perfezione, tanto non la raggiungerai mai” (S. Dalì)

3. Prenditi tempo per la tua pratica creativa, che significa trovare il tempo per giocare

4. “Quando ti impegni i qualcosa per cui sei adatto, il tuo lavoro assume la qualità del gioco, e il gioco è ciò che stimola la creatività” (L. Naiman)

5. Nutri la tua mente

6. “Non lascerò che nessuno con i piedi sporchi percorra la mia mente” (M. Gandhi)

7. Fai qualcosa di diverso: scrivi una poesia se non sei un poeta, fai uno scarabocchio se non sei un artista, fai foto artistiche se non sei un fotografo

8. “Non puoi esaurire la creatività. Più ne usi e più ne avrai” (M. Angelou)

9. Tieni un po’ della tua roba (produzione artistica in genere) segreta

10. “Creatività è permettersi qualche sbaglio. Arte è sapere quali sbagli tenere per buoni” (S. Adams)

11. Sii felice. Bilancia l’auto-accettazione e l’azione

12. “Non puoi aspettare per l’ispirazione. E’ meglio se te ne vai al bar” (J. London) – questa non so se l’ho capita bene….

13. Fallo e basta. Lascia scorrere il fiume dell’inconscio

14. “Non pensare. Il pensiero è nemico della creatività. E’ coscienza di sé, ed è una cosa schifosa. Non puoi provare a fare le cose. Devi semplicemente farle” (R. Bradbury) – questa non la condivido

15. Ritrovala tua pazza immaginazione di bambino

16. “Ogni bambino è un artista. Il problema è rimanerlo quando si cresce” (P.Picasso) – niente di più vero

17. Non preoccuparti di essere “creativo”

18. “La creatività è saper nascondere le proprie fonti” (A.Einstein)

19. Sii coraggioso

20. “La creatività richiede coraggio” (H. Matisse) – repetita iuvant

21. Discuti le tue idee

22. “Le grandi menti discutono sulle idee. Le menti medie discutono sugli eventi. Le menti piccole discutono sulla gente” (E. Roosevelt)

23. Sii te stesso

24. “C’è una vitalità, una forza, un’energia, un’accelerazione che è trasferita nella tua azione, e siccome c’è un unico te stesso nel tempo, questa espressione è unica. E se interrompi tutto questo, allora non esisterà mai più attraverso nessuna ltro veicolo, e sarà perso” (M. Graham) – più o meno sta così

25. Manda su di giri il tuo terzo chakra (creatività, volere e desiderio)

26. “Il fuoco interiore è la cosa più preziosa che possiede il genere umano” (E. Sodergran)

27. Potenzia il chakra della gola. Ma non preoccuparti della fama e della fortuna. Sii felicemente anonimo.

28. “Ci avete mai pensato? Vogliamo essere un famoso scrittore, poeta, pittore politico, cantante o quello che volete. Perchè? Perchè non amiamo veramente quello che facciamo. Se tu amassi cantare, dipingere, scrivere, se tu veramente lo amassi non saresti preoccupato di essere più o meno famoso. Voler diventare famosi è pacchiano, triviale, stupido e non ha significato; ma, siccome non amiamo quello che facciamo, vogliamo arricchirci con la fama. La nostra educazione è marcia perchè ci insegna ad amare il successo e non quello che facciamo. Il risultato è diventato più importante dell’azione. Sai, it is good to hide your brilliance under a bushel (questo non so tradurlo ma suppongo che sia un proverbio o qualcosa di simile, come dire “nascondersi sotto la paglia”), essere anonimo, amare quello che si fa senza mostrarlo. E’ bello essere gentili senza avere un nome. Questo non farà di te una persona famosa, non farà comparire la tua foto sui giornali. I politici non busseranno alla tua porta. Sei solo un essere umano creativo che vive anonimamente, e in questo c’è grande ricchezza e bellezza.

(The Book of Life by J. Krishnamurti)

 

segnalo a tutti questa rivista, molto carina http://www.elephantjournal.com