Articolo su “L’Undici” 1

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Diritto all’oblio

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Ieri la mia prima figlia settenne mi ha spiazzato, e questo succede da un po’ con sempre maggior frequenza, segno evidente che sta crescendo inesorabilmente. Vorresti che i figli restassero sempre sotto la tua ala, non tanto per averli sempre appiccicati, ma per continuare ad incanalare ogni loro pensiero ed azione attraverso le TUE scelte. Questo dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la nostra visione della maternità sia egoistica, e te ne accorgi ancor più quando un bel giorno se ne escono con considerazioni che derivano dal LORO proprio giudizio.

In sintesi E. mi ha chiesto di cancellare “subito” tutte le immagini che il mio profilo Facebook conteneva e che la ritraevano, da sola o con altri. Ora, devo dire che non condivido chi posta continuamente le foto dei figli, o ancor più le foto di figli altrui, per mostrare ogni piccolo evento, dal primo dentino, al bagnetto, e avanti con pappe sul seggiolone, compleanni, Natali, e tutto il resto. Non li condivido perché la trovo un’ostentazione, un voler mettere in mostra una cosa che è, oltre che normalissima perché vissuta da tutti i genitori del mondo, per sua natura privata, per non dire intima.

Sono istanti che devi conservare nella memoria, che ognuno di noi immortala in foto da attaccare sull’album (che poi ora l’album non lo fa più nessuno…) o da spedire ai parenti. Ma sono istanti TUOI. Che gliene fotte al mondo se la tua creatura ha perso il dentino o ha fatto un bello scarabocchio? Assolutamente una mazza di niente. E’ la TUA voglia di apparire, il tuo narcisegocentrismo che ti fa venir voglia di raccattare un po’ di “Like” così poi ti senti meno frustrato a fare la mamma/papà per interi pomeriggi invernali piovosi. E fra questi frustrati mi ci metto anch’io, si badi bene, ma posso dire di non aver ceduto alla “tentazione”, e le uniche foto delle mie figlie presenti sulla mia bacheca sono foto di gruppo, o postate da altri.

La richiesta mi ha portato a riflettere. Avevo letto un bell’articolo, qualche tempo fa: “Il futuro si cancella” (F. Gillette, Internazionale n°1006/2013). In sintesi l’autore rifletteva sul fatto che tutto quello che passa per il web lascia comunque una traccia che, per quanto tu possa cancellare, sarà sempre e comunque rintracciabile da chi “tiene le fila” di certe multinazionali dei dati. Tutto quello che lanciamo nell’etere, in pratica è alla mercé di chi possiede il sito, e può farne, adesso o in un lontano futuro, quello che vuole.

La furba malizia poi di chi inventa i programmi e le app più richieste, ultimamente, è andata oltre; oltre i social network più conosciuti, e ha inventato Snapchat. Non voglio neanche pensare per cosa lo usi la gente, e non ci vuole molta fantasia per indovinarlo, ma la trovata geniale quanto diabolica di questo social network è che qualunque cosa tu ci infili, parole o immagini hanno una data di scadenza prefissata, e quindi si autodistruggeranno quando lo stabilisce l’autore. Che poi, a detta dell’autore dell’articolo, è una mera illusione. Ma ci rendiamo conto? E’ già difficile far capire ad un figlio a cosa possa realmente “servire” un social network, in quali casi è qualcosa di buono, ricordandosi che i bambini fanno difficoltà a incasellare le cose nella categoria del “così così”. O sono buone, o sono cattive, o bianco o nero. L’ipocrisia dello snap è sottile quanto micidiale: “scatta pure una foto, scrivi un commento, tanto durerà il tempo di un click, o di un altro snap…”.

“Nel corso degli anni la reputazione personale è diventata un concetto sempre più ampio, accessibile e di dominio pubblico”, scrive Gillette, ed è una considerazione molto triste. Ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle quel sottile senso di ansia che si sente quando postiamo qualcosa che avevamo voglia di scrivere ma che potrebbe essere potenzialmente dannoso, o solamente sconveniente, se arrivasse all’utente sbagliato. Un nuovo tipo di ansia, se mai ce n’era bisogno…

E’ bene ricordarsi, inoltre, che i social network così come i motori di ricerca traggono profitto da quello che è solo apparentemente un “servizio”. In realtà, il servizio lo facciamo noi a loro ogniqualvolta immettiamo dati che ci riguardano, o effettuiamo una ricerca: e così le nostre scelte diventano dati commerciabili, venduti alle società come merce di scambio. Pubblicità in cambio di informazioni, semplice e geniale.

Mamma, c'è una foto tua con un papà che non è papa.

Si scontrano così due correnti filosofiche, che hanno portato anche ad alcune sentenze penali: la libertà di informazione nel web e il cosiddetto “diritto all’oblio”, per il quale è stata avanzata anche una proposta di legge presso la Commissione Europea. “Diritto all’oblio”: mi piace molto questa espressione, che descrive il diritto di poter cancellare i propri dati inseriti sul web, e che il web stesso “impari” o venga costretto a dimenticarsi di noi. Qui entrano in ballo, però, interessi multimilionari di alcune delle società più influenti del nostro tempo. Aneddoto simpatico: nel 2007 fu fondato un sito di file-sharing chiamato Drop.io che permetteva la condivisione di file “a tempo determinato”. Zuckerberg ha pensato bene di comprarlo, e fagocitarlo nel suo Facebook. Di Dro.io si sono così perse le tracce…

L’articolo termina con una frase molto poetica che voglio tenere a memoria: “Il futuro è dei dati effimeri”.

Non passerà molto tempo che mia figlia mi chiederà di aprire la SUA pagina Facebook… E io come mi comporterò? Dovrò mettere da parte un po’ del mio naturale istinto di protezione di mamma e permetterle di lanciarsi nel buio con tutto il suo bagaglio di dati? Certamente dovrò cercare di spiegarle che fine possano fare, e chi e come potrebbe trarne vantaggio alle sue spalle… In effetti era molto più semplice quando dovevo proteggerla solo dai pericoli dentro casa quando imparava a camminare o dalle malattie stagionali, per cui bastava una coperta in più e una Tachipirina! Ma il mio compito è quello di proteggerla, e garantire i suoi diritti finchè non camminerà nel mondo sulle sue gambe (e anche dopo, forse…).

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