Infermieri

Gentile Dr.ssa Paola (vedi che ho messo il titolo davanti!),
è ormai da un pezzo che seguo il tuo blog, e trovo le cose che dici invariabilmente giustissime. Fino ad oggi.
Ho già commentato un post in passato e spiegato che sono un’infermiera, quindi mi sento di dar voce a molti miei colleghi nell’esprimere la mia opinione riguardo quello che dici.
Io non conosco la tua realtà lavorativa, ma da quello che ho capito si tratta di un piccolo ospedale di provincia, ma questo conta poco. La mia realtà, non ho problemi a fare nomi, è quella dell’Ospedale S.Donato di Arezzo dove è dall’anno 2000 che esiste la figura dell’Infermiere formatosi all’Università. Del resto, è l’anno in cui ho finito anche io gli studi. Non è un ospedale grandissimo, l’Università è una succursale e non c’è tutto quel “giro” che c’è nei Policlinici, ma non è nemmeno un avamposto sperduto. A tutt’oggi è rimasto un numero non proprio esiguo di infermieri formatisi con il vecchio ordinamento, e fra questi molto pochi non hanno un titolo di diploma alle spalle. In ogni caso non conosco realtà in cui si verifichi quello che tu descrivi come un contrasto tra le due “generazioni”. L’infermiere generalmente non è un arrivista, cosa che non si può dire della “vostra” categoria… ma non generalizziamo, altrimenti si perde il senso.
Quello che è cambiato, nel corso degli anni e grazie alle leggi che lo hanno permesso, è l’approccio allo studio e al lavoro, non certo il profilo e lo scopo della professione. L’infermiere ha sempre curato, e continua a farlo, la “persona” piuttosto che la “malattia”. Adesso lo fa con delle competenze nuove e con evidenze scientifiche che supportano il suo operato, nonchè l’utilizzo delle nuove tecnologie e tecniche. In più, può contare su personale di supporto che prima non esisteva e che ha, a sua volta, le sue competenze. L’infermiere ha preso coscienza di sé, conosce i propri diritti, e non cerca di usurpare il posto o le competenze di nessuno. Se fa delle critiche al medico, e questo capita spesso, lo fa perchè ora ha le basi culturali per farlo. Ma questo non significa che voglia appropriarsi di alcunché, le sue competenze sono complementari, e non più ancillari a quelle del medico. Questo è vero tanto più in una Rianimazione, in cui l’infermiere si occupa a tutto tondo della persona che ha in carico, e non ha certo tempo da perdere nel volersi appropriare di tecniche di competenza medica che c’entrano poco col suo lavoro: se lo fa sbaglia, o ruba tempo e risorse ad altre attività sul paziente.
Altre considerazioni “spicciole”:
– Se hanno scritto “Dottore” sulla divisa dell’infermiere ti do ragione, sembra una presa di giro, quando noi siamo ben orgogliosi che l’utenza ci riconosca attraverso la nostra divisa per quello che siamo, proprio perchè siamo i più vicini, in tutti i sensi, al paziente.
– Ci mancherebbe che tu, o altri, trattaste gli infermieri come personale di servizio. Sbaglio o siamo tutti al servizio dello stesso SSN? O c’è ancora qualcuno che mette su la macchinetta del caffé perchè gliel’ha chiesto il dottore?!?

Mi spiace aver dovuto criticare il Tuo articolo, ma non potevo tacere, non dopo aver letto e riletto con tanto interesse quello che scrivi, e invidiato (questo si!!!) il “come” lo scrivi… Hai un dono prezioso: una prosa limpida, efficace e tagliente che arriva dritta al segno. Continua a scrivere cose giuste…

Nessuno dice libera

Per una volta vi vorrei parlare di un mestiere che non conosco direttamente, ma con il quale, indirettamente, collaboro ogni giorno: l’infermiere.

Nel 1990 la Legge italiana ha stabilito che per accedere alla professione di infermiere sia necessario un titolo di studio universitario, legge attuata, poi, ufficialmente, nel 1996, anno in cui è stato stabilito, in via definitiva, che per poter diventare infermiere bisognasse prima conseguire un diploma di maturità di 5 anni e, successivamente, una laurea in Scienze Infermieristiche. Questa la storia detta in breve, se siete interessati ai dettagli leggete qui.

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